La pittura di Duccio Andreini è sempre la "pittura di una pittura", in una riduzione della vita a favola narrativa per immagini. Il cantastorie osserva il mondo e ci restituisce una scatola cinese di figurazioni dove la pittura fa da filtro magico anche per l'autore.

Notiamo l'arabesco compositivo: uomini e donne, figure faunesche, e strumenti musicali dal flauto al violino, accennano a scene campestri dove l'elemento idillico stempera quello del baccanale.

Per altri versi l'immagine pretende argomentare allegorie. A quale rito iniziatico riconducono le amazzoni, i cavalieri di improbabili battaglie, le donne addormentate in costume di Eva? Le favole escono dal pennello di Andreini come un sentiero dal bosco. E appare la tessitura dipinta di una civiltà sepolta che, attraverso i tempi, giunge fino a noi. Solo la pittura è capace di custodire simili messaggi. Andreini sa fino a qual punto sia preziosa la virtù della forma e del colore.

Nasce di qui l'effetto pneumatico della visione, quella patina arcaica appena risvegliata da un secolare riposo. I quadri di Andreini si osservano come un acquario, con la sua identità di oggetto naturale e al tempo stesso meravigliosamente artificioso.

Passando per il vetro appannato le immagini si nutrono di una materia colorata consistente e ben modellata. Si ha l'impressione di assistere all'innocente teoria di una paradiso dove i peccati si conciliano con la santità, e la "pittura di una pittura" assume il pregio dell'atto di fede.

I fondi, generalmente azzurri, sembrano coronare l'immaginario presepe in cui la vita recita il suo dramma. I verdi, più o meno graduati, accanto agli ocra, ai rossi, e al bianco, delineano i corpi e lo spazio si collega al tempo di una narrazione interna all'immagine.

Questi dipinti, forse, custodiscono un "segreto". Duccio sa bene che non esistono chiavi per aprire le porte del mistero. Dipingere però è un modo di fissarlo, e ripetere il verso di una precedente età dell'oro.

Sono sogni accarezzati dal percorso sempre "inattuale" della pittura, dove i maestri si danno la mano nei secoli. Da Giovanni Bellini a Tiziano, da Pietro della Francesca a Pietro di Cosimo, da Bosch a Gauguin, da Gino Severini a Carrà, tanti "maestri del colore" presidiano l'immaginario di Andreini.

Di fronte alla pittura, Duccio Andreini deve un po' sentirsi come i rabdomanti che anticipano il futuro. C'è una sacralità del dipingere, che consiste nel "conservare" il sentimento di una preesistenza che ci portiamo dentro. Duccio cammina come un vate in mezzo alle sue figure che gli rammentano amate ombre. Osservo un volto di fanciullo che modula il suo flauto: ne delimito il profilo, ne misuro i gesti, immagino la contrazione dei suoi muscoli e il fine intuito melodico che lo guida.

Nulla, più dell'immagine, rende l'armonia di questo stato di grazia, che non appartiene alla natura, ma la attraversa con il soffio dello spirito. Il "segreto", la "fissità", la "conservazione": sono tutte metafore di una pittura che va bene aldilà di un omaggio alla tradizione.

Questo pittore lo sa, e si comporta di conseguenza. Apprezzare la sua "pittura di una pittura" significa comprendere un temperamento e un modo di vivere. Bisogna entrare nel variopinto acquario di Duccio senza la pretese di ottenere in cambio un abbecedario iconologico. Bisogna saper provare l'emozione di una innocente "meraviglia.

L'umanità che sbuca dai suoi quadri non è un modello letterario, ma parla della nostra esistenza come un frammento di eternità.

Sui volti si stampa quasi sempre un accenno di sorriso atteggiato nella forma metafisica della "attesa". La poetica di Duccio non si illude di trovare l'arte nella parodia del movimento. Nelle sue "nature silenti" l'idillio si fa emblema.

Il risultato finale è un equilibrio sottilmente velato di malinconia, in cui consiste il pregio delle cose moralmente ben fatte.

Auguriamo al pittore Duccio Andreini di continuare a lavorare per il "mondo salvato dalla pittura" e a non perdere l'istinto generoso che finora lo ha indirizzato.